sabato 14 aprile 2012

62. La buona cucina nelle case borghesi del dopoguerra


di Nicoletta Barbarito

 Entro in una qualsiasi libreria e trovo libri di cucina a iosa, occupano interi scaffali.  Accendo la TV e anche lì cuochi e cuoche a non finire. Apro una rivista dal parrucchiere, idem.
E a casa? Nei piccoli paesi e nelle città di provincia, più o meno ricche e informate, ancora si cucina due volte al giorno, spesso in modo tradizionale. Nelle grandi città ho, invece, i miei dubbi. Le donne, lavorando fuori, hanno meno voglia e tempo di cucinare e i mariti, se e quando le sostituiscono ai fornelli,  a meno che non siano dei  fanatici gourmets -  e ce ne sono -   cucinano quanto basta per sopravvivere;  i piatti pronti da banco spopolano (nonostante i prezzi) e i giovani affollano di sera i punti di ristoro nutrendosi di roba unta, pizze e crostini.  Nei ristoranti, varietà di cibo di tutti i paesi,  sapori e terminologia sono ormai familiari: anche i bambini sanno cos’è il sushi. Vale la pena saperlo anche preparare?
Nei miei ricordi da subito dopo la guerra fino agli anni Cinquanta,  la cucina, anzi la buona cucina, nelle famiglie romane medio-borghesi,  è un elemento fisso, curato ma  senza particolari fronzoli,  la cui varietà e quotidiano successo sono dati per scontato. Far da cucina avendo mano svelta, naso fino e occhio attento non dava diritto a medaglie: roba da donne, la sapevano fare, la facevano e basta. La geografia era fattore discriminante, la cucina essendo  allora essenzialmente locale.  Cose oggi banali a livello nazionale, per  esempio il pesto o la pasta alla carbonara, erano praticamente sconosciute al di fuori del  loro luogo d’origine.
A casa mia, dove i fornelli erano di competenza della mia nonna materna,  golosa nonché ricca di fantasia,  erano tenuti in alta considerazione “Il Talismano della felicità” e “La Cucina romana”, entrambi opera di Ada Boni. Mia nonna si vantava di aver conosciuto l’autrice proprio  nella sua bella  abitazione all’ultimo piano di Palazzo Odescalchi, e  la citava con grandissima stima. In realtà quei due libri di ricette venivano ammirati più che usati da mia nonna (mia madre, invece, ne fece poi costante e devoto uso).  Mia nonna faceva tutto ad occhio e a memoria, conosceva un vasto numero di ricette, soprattutto  emiliane, che di divertiva anche a trasformare. 



Non c’era allora un calendario dei cibi, si acquistava  al mercato secondo le stagioni.  Per le feste le pietanze erano quelle della tradizione di ogni famiglia. Fino al dopo guerra praticamente non esistevano i frigoriferi (però un’amica ultrabenestante di mia madre,  ne aveva uno “americano”, grande e bombato,  già durante la guerra, anche senza averlo visto  se ne favoleggiava con invidia) . Esistevano le ghiacciaie di legno e stagno nelle quali si inserivano grossi pezzi di ghiaccio portati a domicilio, quotidianamente, da un uomo col carretto.  A casa mia si faceva il gelato in casa grazie a un recipiente di legno a manovella, con l’intercapedine riempita di sale grosso,  all’interno del quale si metteva un composto di uova, panna e zucchero che poi si  doveva mischiare a mano,  cosa  lunga e noiosissima, per farlo rapprendere.
Al mercato andavano le domestiche tutte le mattine. I ruoli erano solitamente definiti: la domestica faceva la spesa, serviva a tavola e riassettava la cucina; la signora cucinava. Ricordo i pranzi domenicali a casa della zia di mio padre: noi a tavola e la zia che usciva dalla cucina elegantemente abbigliata,  sorridente, con  fili di perle al collo, non un capello fuori posto,  reggendo una zuppiera gigantesca  piena di  caldo, croccante fritto alla romana. Miracolosamente, non aveva mai addosso il minimo odore di fritto! Si metteva un grembiule mentre friggeva? Ne dubito,  non doveva essere  cosa “da signore”….

DEI CIBI, NULLA SI BUTTAVA ALLORA
Rifornendosi di cibi freschi e cucinando giornalmente,  restava poco di organico da buttar via; gli avanzi si riciclavano e riapparivano a tavola mascherati con gusto, a  volte per necessità. A casa di mia nonna, per esempio, il giorno dopo la polenta si mangiavano a colazione fette di squisita polenta fritta; se a pranzo c’erano torte rustiche il giorno dopo, invece del pane, c’erano nastri di pasta avanzata  fritta con sopra una spolverata di sale. Gli avanzi di lesso, di cui si faceva grande uso per via del brodo, riapparivano in veste di crocchette  o “lesso rifatto” al  sughetto di pomodoro. Spinaci, bieta, fagiolini o cavolfiori del giorno prima, acquistavano nuova nobiltà in veste di sformati  (che mia nonna chiamava “flan”) con l’aiuto di béchamel, parmigiano e una spolverata di pangrattato.  Pezzetti di frittata rimasti sul piatto da portata diventavano poi deliziose “frittatine uso trippa” con il loro sughetto.
A casa di mia nonna, che era di Parma, raramente si mangiava pasta, eccetto, talvolta le tagliatelle e i quadrucci fatti in casa dalla domestica. 
Era, il suo, il regno delle  minestre, molte delle quali  di sua invenzione. Di una in particolare, “i galàn”,  io e  mia  madre  per anni conservavamo un nostalgico ricordo. I galàn erano fiocchetti di pasta fatta in casa, cotti nel brodo, con un soffritto di abbondante prezzemolo e aglio.  La nostra imitazione non  seppe mai di niente a confronto con  quella di mia nonna, evidentemente mancava  un essenziale e altrettanto  misterioso ingrediente. 
I secondi erano di solito intingoli, lesso, polpettoni e polpettine,  crocchette di  carne o patate,  torte salate, lo squisito stracotto, stufati,  spezzatini, maiale al latte, fettine di vitello in  tutte le salse, verdura cotta in abbondanza. Non ricordo pizza,  bistecche o polli arrosto, ma fegato  e cervello sì “perché fanno bene” - io da allora li detesto -,  la trippa;  il venerdì  sempre il baccalà o, in primavera, il palombo con contorno di carciofi o piselli freschi.
Al posto della solita frutta, nei giorni di festa mia  nonna preparava la sua squisita crema di mascarpone al cioccolato, la composta di frutta cotta con la panna montata o  il latte alla portoghese, cioè la crème caramel fatta con latte e uova e cotta a bagnomaria in forno, non fatta con il preparato in busta come si fa adesso.

LE CASE DEI MIEI NONNI DISTAVANO SOLO UN KM L’UNA DALL’ALTRA, MA , IN EFFETTI, NELLE LORO ABITUDINI CULINARIE, L’INTERA PENISOLA LI SEPARAVA
Passare da casa della mia nonna materna a quella dei miei nonni paterni per l’abituale pranzo domenicale  significava non fare meno di un chilometro a piedi, ma traversare l’Italia.  Lì infatti il menù  seguiva la tradizione meridionale, con  pietanze succulente, colorite, niente béchamel. Sugo di pomodoro,  peperoncino, pasta e non minestra,  dolci comprati in pasticceria.  Olio d’oliva (allora non era stata inventata l’etichetta di “extravergine”) al posto del burro.  E pasta sempre col ragù alla napoletana (in alternativa, superbi cannelloni rossi di sugo,  eccezionalmente sartù di riso o timballi  con innumerevoli polpettine); per secondo il grosso pezzo di carne in umido che era servito per il ragù,  e per contorno misticanza all’agro,  o cicorietta, o puntar elle con alici, olio e limone (“insalata brindisina: cibo da re! “, così le lodava mio nonno che era pugliese);  antipasti di olive, peperoni, carciofini e funghi sott’olio.  Secondo la nonna di Parma erano cose non proprio raffinate.  Inoltre,  ogni domenica la stessa cosa!
A casa dei nonni paterni  però non mancava mai il vino, né, dopo il caffè,  il  “bicchierino” : Triple Sec giallo oro,  verde Chartreuse o Cherry Brandy purpureo. Sfizi, questi ultimi,  di cui nell’altra famiglia, composta di sole donne, non si sentiva il desiderio.
Erano tempi senza contenitori di cartone o di alluminio, vassoietti di polistirolo, sacchetti di plastica: gli acquisti commestibili si portavano a casa nelle retine o nei cestini; si andava a prendere il latte dal lattaio la sera con un bottiglia (e lo si bolliva prima di berlo) e l’acqua sfiziosa “con  le bollicine” si faceva con le bustine di Idrolitina.  L’acqua Sangemini  o di Fiuggi erano disponibili in bottiglie di vetro: la prima si  usava per i bambini molto piccoli e l’altra per chi aveva  altri problemi, erano  ritenute quasi dei medicinali.

L’IMPATTO CON LA CUCINA AMERICANA
Quando andai in America nel 1960 con una borsa di studio, dopo la laurea in Lettere presa a Roma, mia nonna mi dette un quaderno sul quale aveva scritto a mano le “ricette facili di casa”.  Avrei vissuto da sola io che di cucina non m’intendevo minimamente, non avevo mai fatto nemmeno il caffè: mi ero dedicata allo studio, in cucina mia nonna si divertiva e non voleva intrusi.  Confesso che cucinare, in effetti, mi attirava ben poco.
In America i supermercati mi stordirono  per la loro grandezza, l’organizzazione perfetta,  l’immensa varietà di prodotti:  verdure giù lavate e impacchettate, cibi congelati, succhi di frutta pronti nei cartoni,  cibi congelati  di tutti i generi  venduti anche  in porzioni singole, il gelato in decine di sapori. Insomma, tutto facile e presto fatto. E poi tutti i prodotti durante tutto l’anno, niente a stagione, altra novità. Come i frigoriferi giganteschi a portata di tutti. Pochi  i cibi italiani e mistificati, come gli spaghetti e ravioli  già cotti in barattoli, immangiabili.
Forte del quaderno di mia nonna, decisi presto di cimentarmi a ripetere qualche sua “facile” ricetta.  Che sarà mai, pensavo. Però  il supermercato non offriva i tagli di carne descritti da mia nonna, vitello niente. La pasta era di grano tenero, scuoceva subito, collosa.  Il riso adatto al risotto non esisteva. Pomodori e peperoni, belli a vedersi, erano in realtà durissimi e senza sapore, le zucchine enormi, acquose, piene di semi. Niente  parmigiano, solo il cosiddetto “romano”  grattugiato in bustine prefabbricate.
Un giorno riesco a mettere insieme per una cenetta con qualche amico gli ingredienti per un intingolo il cui ricordo mi stuzzicava. Va cotto al forno.  D’accordo, ma a che temperatura e per quanto tempo? La ricetta di Nonna scritta in calligrafia slanciata, ottocentesca,  suggerisce, per gli ingredienti “quanto basta” e per la cottura “ metti in forno e tiralo fuori quando è pronto”.  Insomma,  per usare un’espressione romanesca,  è come se una qualsiasi  principiante nasca “imparata”. Fui presa dalla disperazione.
Da allora in poi, per tutti i miei anni americani,  non avrei usato che le ricette del Fanny Farmer’s Cookbook (che conservo ancora, unto e bisunto).    Fanny Farmer dava spazio anche a ricette francesi, britanniche, tedesche, perfino svedesi, ma zero all’ Italia. Tuttavia era incoraggiante,  nessuna delle  sue  dettagliatissime ricette sembrava ardua,  e  dunque ispirava fiducia anche a chi, come la sottoscritta, non  s’intendeva minimamente di cucina. Easy does it, pareva dirmi all’orecchio.
A tutt’oggi  ricordo il  mio vecchio Fanny Farmer’s Cookbook , oltre che come un tempestivo strumento di salvezza culinaria,  come una piccola prova che nel Nuovo Mondo, le  regole espresse chiaramente sono alla portata di chiunque le legga e per aver successo, anche sui fornelli,  basta  seguirle.
Nicoletta Barbarito

domenica 1 aprile 2012

61. L'orologio del passato

«Che ora è?» «Quanto tempo mi rimane per finire questo lavoro?» «A Che ora devo venire?» «Mi raccomando, sii puntale perché dopo ho un altro appuntamento». Il tempo è la nostra ossessione moderna e, per ricordarcelo, abbiamo nella casa un’infinità di marcatori del tempo. Orologi elettronici, svegliette, timer… non c’è angolo del nostro alloggio dove non ce ne siano, oltre ai vari orologi da polso che possediamo perché, ovunque ci troviamo, dobbiamo sempre sapere esattamente che ore sono per riuscire a chiudere la giornata.  Viceversa, negli anni ’50 a casa di mia nonna, c’era una sola sveglia, unica testimone del tempo che passava lentamente e che, quindi, non aveva bisogno di essere cronometrato.  Negli anni ’40 addirittura non aveva nulla e per sapere quando buttare la pasta le bastava guardare l’ombra degli scalini della sua abitazione: quando arrivava al terzo scalino, era l’ora buona!

Ma la famosa sveglia, eccola qua, faceva un rumore infernale quando suonava per un appuntamento mattutino molto importante. Mi ha raccontato la Meris che quando studiava all’università faceva le ore piccole sui libri e, al mattino, malgrado il rumore assordante dell’orologio, non riusciva a svegliarsi per seguire i corsi. Allora, per essere sicura di sentire la sveglia, la posava su un piattino con tante monetine dentro. Solo così, con il baccano infernale che faceva il tutto quando si metteva a trillare e, quindi a vibrare, riusciva ad emergere dal sonno profondo. La Meris è diventata poi medico, e successivamente, medico condotto proprio a San Giovanni e dintorni. 

L’altro orologio importante era quello da taschino esibito con orgoglio dagli uomini, che lo fissavano all’asola del panciotto con una lunga catena di metallo. I più ricchi avevano la catena d’oro. Anche le donne delle famiglie signorili fino agli anni ’40 portavano orologi a mo’ di collier o fissati con le spille e decorati con immagini graziose,  spazzati poi via dagli orologi da polso. 



Dagli anni ’50 e fino alla fine degli anni ’70 gli orologi, che funzionavano a molla e che andavano quindi ricaricati ogni giorno (come la sveglia o i pendoli)  per le signorine erano davvero molto piccoli, ritenuti più femminili. Eccone un esempio:


In quel periodo nelle case dei signori si potevano trovare gli orologi a pendolo che emettevano un suono lugubre o gli orologi a cucù e noi bambini ci precipitavamo nella stanza per vedere uscire l’uccellino.

Mentre, l’immagine che segue, è la famosa catenina d’oro che veniva agganciata al panciotto con l’orologio. L’orologio è andato perso, ma è rimasto il piccolo cannocchiale malizioso che è appartenuto al nonno di Elisa, probabilmente un regalo ricevuto in gioventù per un traguardo importante. Guardandoci dentro appaiono due donnine nude:  la trasgressione del passato!

Il primo orologio che si autoricaricava scuotendolo varie volte l’ho comperato sul finire degli anni ’60, poco dopo è arrivato quello elettronico e, successivamente, anche quello che si ricarica ad energia solare. Tuttavia  a rivoluzionare il concetto di orologio è stata una ventina di anni fa la svizzera Swatch che ha portato sul mercato orologi colorati, allegri e a buon mercato.





Buon tempo a tutti.
Barbara Bertolini

domenica 12 febbraio 2012

60. IL DENTISTA DEI TEMPI MIEI

Sono le tre di notte e un dolore lancinante mi fa schizzare fuori dal letto. E’ una stamaledetta carie che mi fa male da diversi giorni e si diverte a scegliere i momenti meno opportuni per tenere sveglia tutta la famiglia. Ho 9 anni e mia nonna ha cercato in tutti i modi di farmi andare dal dentista, ma io ho una tremenda paura.  Mi ha promesso di prestarmi la sua bicicletta, niente. Di farmi accompagnare dalla mia amata zia, niente. Di permettermi di andare al cinema il sabato successivo, senza dover prima addormentare mio fratello, e sempre niente. Ma questa volta non ne può più e, presto di mattina, mi prende per mano e mi accompagna a piedi dal dentista di Casina, una evoluta cittadina collinare che dista una decina di chilometri dal troglodita paese di San Giovanni.
Ci accomodiamo nella sala d’attesa, aspettando il nostro turno ed entriamo, ma appena vedo un omone grande, grosso, minaccioso, con il suo bel camice bianco, comincio già a strillare. Il dentista non si scompone. Mi mette sulla sedia di forza e, a mo’ di anestetico, mi molla un potente ceffone che mi tramortisce e mi lascia a bocca aperta. Effetto perfetto per lui, che comincia tranquillamente il suo lavoro. Ovvero, mi toglie, senza complimenti (è proprio il caso di dire), tutto il dente, per una banalissima carie.  
Ecco perché, all'epoca, si rimaneva sdentati ancora giovani (erano gli anni '50).

Questi erano i dentisti del passato. Un bambino non aveva il diritto di piagnucolare, di aver paura; si andava per le spicce e il loro lavoro non era di conservazione del dente ma di eliminazione del dolore, punto. I parenti non avevano nulla da obiettare.

Appena pochi anni dopo, ho dovuto frequentare anche altri dentisti il cui ricordo negativo è rimasto impresso nella mia mente, anche a distanza di 50 anni, perché utilizzavano trapani così dolorosi che arrivavo all’appuntamento senza osare suonare il campanello della porta, aspettando il cliente successivo che mi costringesse a varcare quella fatidica soglia. Devo dire, a onor del vero, che le loro otturazioni sono, però, durate una vita.

Cosa facevano per il mal di denti  le massaie del passato? Che mezzi si utilizzava in ambienti dove non c’era a disposizione nessun medicinale antidolorifico?
Dei rimedi più utilizzati, provati anche da mia nonna su di me, c’era l’aglio (che va sempre bene per tutto): pestarlo bene e metterlo sul dente dolorante. Anche i chiodi di garofano, che vanno bolliti (una decina), si risciacqua poi la bocca con  l’intruglio ottenuto. Un altro rimedio è acqua, aceto e sale. Si prepara una soluzione e ci si risciacqua la bocca (questo soprattutto per gli ascessi). C’è anche la cipolla (poteva mai mancare?): si taglia a pezzetti che si strofinano sul dente che fa male. Anche la salvia ha lo stesso effetto. Anche questa va strofinata sul dente. Un altro sistema, amato dagli ubriaconi, è quello di mettere molta grappa sopra al dente che duole.
Ma mi è stato riferito dalla Signora Armentina un rimedio davvero strano che mi sembra più da fattucchiera. L’edera! Si prende l’edera, si tolgono le foglie e si strofina ben bene il gambo fino a mettere in evidenza la sua corteccia. Questo gambo lo si avvolge poi al polso e il dolore scompare. Pare che funzioni. Mah!
Barbara Bertolini

domenica 8 gennaio 2012

59. LA GALLINA DELLA SUOCERA

Nel passato nei paesini si sapeva tutto di tutti e persino le galline, a cui veniva dato un nome, erano riconosciute dai loro proprietari che ne seguivano attentamente le abitudini. C’era, per esempio, una gallinella che, per deporre le uova, invece di andare nel proprio pollaio, preferiva il fienile del vicino. Domanda: a chi appartenevano queste uova, quando la Teresina, bella bella, usciva cantando coccodé dal sopraimputato fienile?  I contendenti  non andavano dall’avvocato solo perché ero costoso, ma il dilemma rimaneva e le liti pure.
Però, la storia che vi voglio raccontare ora, periodo appena passato di grandi abbuffate, è quella di Cilianna, che ha per protagonista, appunto, una gallina e che si svolge sul finire degli anni ’40.
Cilianna, figlia di mezzadri, abitava nell’Appennino reggiano ed era nel pieno della sua florida fanciullezza. A quell’epoca la “fame” attanagliava l’Italia: era difficile per tutti dar da mangiare alla  numerosa prole voluta dal defunto governo fascista. E anche nella famiglia di Cilianna le cose non andavano meglio.  La ragazza viveva con una sempre insoddisfatta voglia di cibo: avvertiva prepotentemente la necessità di alimentarsi con un po’ di carne; una necessità primordiale che si faceva sentire con crampi allo stomaco e con visioni oniriche di belle bistecche, polli arrosto, salcicce abbrustolite, sognate ad occhi aperti. Mentre  era assorta in questi saporosi pensieri, il suo sguardo fu attratto da una imprudente bella e  prosperosa gallina entrata alla ricerca di qualche bel vermetto nella stalla dove la contadina stava lavorando.  Uno sguardo circospetto intorno (sapeva di essere sola) e, senza pensarci due volte, chiuse la porta della stalla, intrappolò la pollastra e, in men che non si dica, la fece finire in pentola.
Mai cibo fu così saporito! La ragazza aveva mangiato tutto il pollo, con l’aiuto di un gatto famelico, stupito per tanta abbondanza, che aveva accuratamente fatto fuori tutte le ossa. Cilianna non aveva potuto invitare nessuno al suo banchetto perché i suoi genitori, se fossero venuti a conoscenza del fatto, si sarebbero arrabbiati.
E, quando alla sera la padrona della gallina la cercò disperatamente chiedendo a tutti i paesani, anche a Cilianna: «I’v vest la mi galina?», la ragazza le dimostrò il più profondo interessamento e si adoperò nella ricerca vana della bestia.
Qualche anno dopo questo episodio, il caso volle che quella vicina diventasse la suocera di Cilianna. La quale le confessò il suo segreto. «T’è fat ben!» (hai fatto bene!), fu la risposta della suocera che assolse la nuora dal suo peccato di fame. E, poiché i casi nella vita sono sempre numerosi, la suocera in questione la potete vedere alla destra di questo blog: è la signora con in braccio un bambino con, a fianco, il futuro marito di Cilianna.

Barbara Bertolini

(Il quadro è di Almerino Bertolini e sono raffigurate le galline di San Giovanni, il paesino di Cilianna!)

lunedì 26 dicembre 2011

58. NATALE E' -ANCHE-



NATALE E’  -ANCHE-
di Margherita Perpetua




Tra luci e festoni,
regali e profumi buoni,
voglio celebrare un Natale diverso…
Perciò, leggete e
non lasciate
il mio pensiero “disperso”.
Per me, infatti, c’è un Natale
che è così
fermatevi un poco qui…

domenica 6 novembre 2011

57. Giornalismo del dopoguerra: linotype e fagioli!

di Nino Amoroso
Negli anni del dopoguerra quando, a Campobasso, sono entrato nel mondo del giornalismo di provincia, il giornale si componeva con le singole lettere di piombo che il bravo tipografo prelevava a grande velocità da un contenitore, diviso in singole caselle per ordine alfabetico. Quindi si creava la colonna inumidita e legata con lo spago, che consentiva di impaginare  e di realizzare tutto il menabò sillaba per sillaba, a pagina intera pronta per il pianale di stampa. Spesso però diventava anche un lavoro di sisifo, perché la colonna si disfaceva e bisognava ricominciare da capo.  Anni dopo arrivò anche in Molise la macchina  linotype con composizione a piombo fuso riga per riga, un po’ più facile da utilizzare rispetto al primo secolare sistema. Per chi è nato con la tastiera del computer vicino alla poltrona, forse ha difficoltà a immaginare il grande vantaggio per l’epoca di un moderno strumento, ma lontano tecnologicamente dalla composizione attuale della scrittura. 


Infatti, ora, per avere l’articolo stampato, lo scrivo sul computer e lo mando in redazione, la quale, dopo controllo,  lo invia all’impaginatore che realizza tutto il giornale con un apposito programma installato sul suo pc e poi, una volta avuto l’ok dal direttore, invia direttamente il tutto alla tipografia e il giornale è realizzato, senza che nessuno si sia mosso dalla propria sedia.
Ai miei tempi, viceversa, il giornalista e il linotipista dovevano lavorare gomito a gomito vicino ad una diabolica macchina, la linotype, che possedeva l’arte di comporre i pensieri con il piombo, come direbbe un poeta. Ma che, in effetti, con un rumore assordante, fondeva il piombo, sprigionando nuvole di vapore e, grazie alle dita agili del linotipista e alla paziente opera di revisione del giornalista, riusciva a comporre il giornale , con una perfezione e nitidezza ineguagliati.
Per come me la ricordo io, la composizione avveniva nel  seguente modo: un “crogiuolo”  posto alto

giovedì 29 settembre 2011

56. Quando a novembre si faceva "San Martino"

Ho 8-9 anni, sono in un ampio cortile, è novembre, ma sembra tornata l’estate,  e sto guardando la mia amica Norina mentre, aiutata dal padre, viene issata su un carro trainato da due mucche che la porterà  verso una nuova vita. Non sono sola, nell’aia si sono radunati  i vicini per un ultimo saluto.
In quel carro è stipato tutto quello che la famigliola possiede: 5-6 sedie, un tavolo, un comò, un armadio, una madia, le stoviglie, gli attrezzi agricoli: pochi metri quadri di miseria. Con lei, il carro si porta via un pezzo del mio cuore perché Norina è  la mia amica più cara, quella con cui ho condiviso i salti nel fienile, le corse nei verdi prati, le camminate alla fonte per prendere l’acqua, il tragitto per andare a scuola: tutto quello che faccio, lo faccio con lei. E non capisco perché la famiglia, ora, debba lasciare il paese ed andare verso una destinazione lontana ed a me ignota.

lunedì 16 maggio 2011

55. Lavorazione a mano delle foglie di granturco o mais

Questi lavori sono stati realizzati a mano con le foglie di granone o mais durante l'inverno 2010/2011 dalla Signora Cristina Gualtieri di Baranello per il blog di Altri tempi.

IL GRANONE NELL'ALIMENTAZIONE
Tra le piante più interessanti del mondo contadino di una volta c'era il granone, o mais, o gran turco o formentone (tutti i nomi vanno bene).

Originaria del nuovo Messico, la pianta, portata in Spagna dopo la scoperta dell'America, ha stentato a diffondersi fino al '600. Furono, infatti, gli arabi, che avevano soggiornato in Andalusia nel periodo musulmano, a diffondere il mais nel Medio Oriente. La pianta venne successivamente reintrodotta in Europa dai commercianti italiani: da lì il nome di "gran turco".

Questa pianta ha ancora, al giorno d'oggi, un'importanza primordiale nell'alimentazione umana e animale.
Il mais può essere mangiato in vari modi. Il più semplice è di lessare o fare alla griglia le sue pannocchie. Inoltre, i grani, schiacciati e tostati, diventano corn flakes, oppure, solo tostati, scoppiano e si trasformano in pop corn. In Italia la farina, ricavata dalla macinazione dei chicchi, è utilizzata per preparare piatti gustosi come la polenta o la pizza di granone, alimentazione fondamentale per la sopravvivenza durante gli anni di carestia in Italia (come per esempio nei periodi di guerra). Dice mia madre, che, dopo aver mangiato polenta tutte le mattine, le contadinelle uscivano dall'inverno fresche come rose… ci dovremmo provare anche noi!
Altro prodotto importante dal mais è l'olio: tra i migliori dopo quello di oliva. E, infine, non tutti sanno che il mais è impiegato anche nella fabbricazione di liquori.
Questo è il lato "alimentare" della pianta. Ma dal granturco, in tempi non molto lontani, la donna riusciva ad utilizzare integralmente tutto l'arbusto.
Per esempio, le sue le foglie, una volta seccate, venivano utilizzate per imbottire i materassi (come già detto nel post 12 da Lucia), oppure, intrecciate, formavano cestini, vassoi e scarpette o ciabattine. Inoltre, la sua pannocchia vuota, ovvero il "mulgat", come si chiamava in dialetto emiliano, o "catullo" in quello molisano, veniva utilizzata per accendere il camino perché si infiammava facilmente. E altrettanto si faceva con il gambo che si adoperava quasi sempre quando si doveva far bollire l'acqua del paiolo per fare il bucato.

Insomma questa pianta era davvero preziosa per i contadini che erano quasi totalmente autosufficienti dal punto di vista alimentare, ma anche da quello manufatturiero.
Inoltre, il mais era ed è ancora molto importante nell'alimentazione animale.

Vassoio con pigna

L'UTILIZZO DELLE FOGLIE DI GRANONE O MAIS NEL MONDO CONTADINO

martedì 29 marzo 2011

54. Guerra in Umbria: 1943, i ricordi di un ragazzino di allora

La guerra è stata ed è per quelli che si avvicinano agli ottanta un ricordo incancellabile. Questo blog, incentrato sui tempi passati, non poteva non tenerne conto. Ecco la lucida e interessante testimonianza di Giorgio Bechelloni di Città di Castello…..





Città di Castello, in Umbria, ha un nome che fa pensare a uno scenario di fiaba. E per i quattro ragazzi Bechelloni (fra cui io, Giorgio, nato nel 1930) − famiglia della quale si hanno notizie in Umbria fin dal Cinquecento – nelle vicinanze c’era un luogo veramente fiabesco: Villa San Savino.

Giunta a mia madre Laetitia per via ereditaria, e in origine una casa di caccia, è una villa di oltre 50 stanze, costruita nell’Ottocento in stile pseudo-rinascimentale toscano tipico della zona, circondata da un'ampia tenuta. Un particolare però la distingue da altre dimore del genere: la sua torretta è stata riconosciuta dalla Società Geografica Italiana come il punto trigonometrico dell’Italia centrale: insomma, segna esattamente il centro dell’Italia centrale!

Il cancello monumentale in ferro battuto, la “pergola greca”, cosiddetta per via delle antiche colonne provenienti da una villa in Toscana sempre dello zio proprietario originario di Villa San Savino, la limonaia, il parco dove si erge anche un mandorlo millenario, il vasto panorama sulla Val Tiberina: per noi ragazzini di città era un regno sconfinato, magico, di bellezza e libertà.

Alcuni miei incancellabili ricordi sono legati a Villa San Savino e vorrei menzionarli qui in occasione dell' anniversario dell’unità d’Italia.
Era il 1943. L’Italia era divisa in due, al Nord c’era la Repubblica Sociale sotto il tallone dei nazisti. A Roma si moriva letteralmente di fame, c'era il coprifuoco, la benzina era razionata, non c’era riscaldamento, si viveva nella paura. Una sera mia madre ci annunciò avvilita che l’intera cena della nostra famiglia consisteva in un’unica cipolla. Il po’ di carne che rimaneva era per la balia che allattava la mia sorellina di pochi mesi. Io scoppiai a piangere perché sentivo i morsi della fame.
Per continuare a leggere clicca qui sotto:

mercoledì 16 marzo 2011

53. VIVA L'ITALIA

Noi italiani abbiamo la fortuna di essere nati in uno dei paesi più belli del mondo. Da Nord a Sud i paesaggi sono da mozzafiato. I nostri antenati ci hanno lasciato un patrimonio urbanistico eccezionale. Siamo una terra di grandi geni che hanno arricchito il mondo con le loro idee: scienziati, poeti, scrittori, cineasti, santi, navigatori, musicisti, tenori, pittori, architetti. Il Dizionario biografico degli italiani, che raccoglie tutte le biografie dei più grandi e famosi, è arrivato al 70esimo libro e ne sono previsti 110!


Non può essere che si butti a mare tutto per mero interesse economico. Dobbiamo ricordarci che la ruota gira e, non è detto, che fra 20, 30 o 40 anni sia il Sud à essere più ricco.
Stringiamoci "a coorte", e siamo orgogliosi di questo paese!
Ringrazio i padri fondatori che hanno saputo realizzare il loro grande sogno unificando l'Italia che − anche nella mente di altri popoli − era già tale molto prima del 1861.
Auguri a tutti gli italiani.

VIVA L'ITALIA! UNITA E INDIVISIBILE.
Barbara Bertolini